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CULTURA E ARTE

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Palazzo Prandi
(Via Libertà) Opera del tardo Settecento (forse di F.S. Fabri), appartenuto alla marchesa Zagnoni Hercolani. Presenta una distesa facciata a timpano e piramidi alla sommità, con belle sale interne decorate da pitture e da stucchi di Luigi Acquisti nella ricca galleria centrale.

Torre dell'Orologio
La parte bassa, fino alla cornice, venne costruita nel secolo XVI sull'angolo dell'antico Palazzo del Podestà. La parte alta, sopra la cornice, terminante con una merlatura alla "guelfa" intorno alla cella delle campane, è intervento dei primi decenni del Settecento. In seguito a tale aggiunta la torre subì un'inclinazione verso l'interno che rese necessario murare il primo arco di portico su cui appoggia. Sul lato Nord, oltre la targa marmorea che presenta e commenta i versi di Dante riferiti a Pier da Medicina, è collocata dal 1730 entro una nicchia una statua in terracotta della Madonna del Rosario, attribuita ad Angelo Pio "giovane". Più in alto, sotto la cornice e quindi nella parte cinquecentesca, è posto il grande quadrante del sec. XVII, unico lavoro noto realizzato in formelle di maiolica di Faenza, riportante la numerazione antica da I a XXIV con simboli araldici di Medicina: la croce, le chiavi, i gigli. Sul lato Ovest, oltre la cornice, ora trova posto il nuovo quadrante, attivato nel Settecento, con numerazione "moderna" da I a XII.

Chiesa del Carmine
Fu edificata ad iniziare dal 1696 su progetto dell'architetto Giuseppe Antonio Torri per volontà dei Padri Carmelitani del vicino convento. La "vecchia chiesa", che si trovava annessa al convento lungo la "Contrada di Mezzo", era ormai considerata inadeguata all'importanza della comunità carmelitana medicinese che aveva espresso, tra l'altro, quattro generali dell'Ordine. Dopo diversi controversi progetti, venne scelto di innalzare la nuova chiesa nel luogo più idoneo, anche se - esempio unico - separata dall'edificio conventuale da una strada pubblica (Via Canedi). Per ovviare a questo non piccolo inconveniente i frati ottennero dal Comune di realizzare alcuni sottopassaggi tra convento e chiesa e tra i sotterranei di servizio delle due parti, opere che fecero fantasticare a lungo i medicinesi. La costruzione della chiesa si protrasse tra la fine del '600 e il 1724, anno in cui il tempio venne benedetto solennemente. L'esterno, a croce latina con alto tiburio ottagonale, si impone per slancio verticale e coerenza tra volumi architettonici i quali richiamano, intenzionalmente, l'immagine araldica del Monte Carmelo che è ripetuta sul timpano della facciata e nel traforo del campaniletto a vela, sul lato. La facciata, ultimata nella seconda metà del '700, è organizzata in un unico "ordine gigante" che ne accentua la maestosa elevazione. L'interno venne realizzato secondo il progetto del Torri ma con modifiche nelle misure delle finestre e nel disegno degli stucchi, secondo varianti ideate da Alfonso Torreggiani. Anche internamente lo spazio è valorizzato e dilatato con sapienza pur mantenendo proporzioni di elegante solennità, cui conferiscono nobiltà gli stucchi tra i più espressivi del primo Settecento bolognese, opera di Antonio Callegari, per gli ornati architettonici, di Filippo Scandellari per le 4 statue dei pontefici carmelitani negli altari del transetto, di Angelo Piò per gli angeli e le grandi statue di Elia ed Eliseo nella magnifica ancona maggiore. Nonostante la struttura necessiti di restauri - che vengono realizzati con ovvia gradualità - nell'interno sono ancora conservate al loro posto - restaurate a cura della soprintendenza competente - tutte le pitture settecentesche originali, eseguite per conto di diversi carmelitani medicinesi dai maggiori pittori d'area bolognese, secondo un programma tematico incentrato sulla storia della spiritualità dell'ordine. Il percorso iconografico, leggibile dall'ingresso all'abside, è bene venga rispettato anche nella visita. Nelle prime due cappelle, a destra e a sinistra, sono collocate due pale entrambe di Ercole Graziani, di calda e intensa espressività, rispettivamente dedicate a S. Simone Stoch che riceve lo scapolare dalla Vergine e a S. Pietro Thoma, figure fondamentali del carmelo occidentale. Seguono le due cappelle dedicate l'una ai grandi mistici S. Teresa, S. Andrea Corsini con S. Orsola, di Girolamo Gatti, l'altra a S. Angelo martire e S. Alberto, vigorosa pittura di Giuseppe Marchesi detto "Sansone". Nel terzo altare di sinistra si vede la pala di Antonio Rossi, rappresentante La Vergine e S. Maria Maddalena de' Pazzi; nel corrispondente altare di destra era collocata soltanto una croce, richiamo della spiritualità della grande carmelitana fiorentina dell'altare di fronte. Sull'ancona del transetto di destra figurava il Transito di S. Giuseppe del Bononi che ora si trova in S. Mamante; in quella di sinistra, a copertura delle reliquie del martire S. Liberato, si trova Cristo e S. Liberato di Francesco Calza. A lato, nello stesso luogo, è posta la tela "saracinesca" che stava nell'ancona della Madonna del Carmine, con l'angelo che libera le anime del Purgatorio, lavoro del carmelitano forlivese Carlo Roberti. Ai lati dell'abside furono posti, nel 1788, due grandi quadri dell'imolese Angelo Gottarelli, uno Elia vede la bianca nuvola proveniente dal mare, l'altro Elia dormiente riceve il pane e l'acqua. Da ultimo, entro la monumentale ancona del Torreggiani e del Piò, è ancora collocata, restaurata, l'immagine della Madonna del Carmine la cui testa è scultura lignea di Antonio Querci dei primi anni del Seicento. Integrano il complesso architettonico e artistico della chiesa i locali della Sagrestia, costruiti intorno alla metà del '700, certamente su disegno del torreggiani - con stucchi di Domenico Gambarini -. Si accede alla sagrestia in maniera indiretta attraverso un atrio ornato da riquadri a stucco contenenti tarde tempere prospettiche del quadraturista, allievo di Ferdinando Bibiena. Fra Ferdinando da Bologna cappuccino (al secolo Vincenzo Dal Buono). Architetture scenografiche e figure (con episodi di santi carmelitani) appartengono tutte al pittore cappuccino e sono datate intorno al 1776. Il locale di maggior pregio e completezza è tuttavia la sagrestia vera e propria, strutturata come una cappella con presbiterio a colonne staccate ed altare con ancona - ornata di vivaci stucchi - ed arredata con sontuosi armadi barocchi, eseguiti da Carlo Galli da Barlassina (autore anche degli stalli del coro nella chiesa). Sopra le mosse linee degli armadi e sulla porta d'ingresso, figurano altre tre splendide tempere prospettiche, dello stesso fra Ferdinando da Bologna, dipinte nel 1754, completate nelle figure (con scene della vita del Beato Franco) da Nicola Bertuzzi, autore della intensa tela, rappresentante il Beato Franco in contemplazione del Crocifisso, posta sull'altare. Raramente è dato vedere un risultato unitario di altrettanta ricchezza espressiva, integro in ogni parte, per quanto da restaurare.

Palazzo Comunale
L’edificio, che oggi è residenza municipale, nasce nel sec.XVI come Convento dei padri Carmelitani. Ampliato e più volte rinnovato nel tempo, diventa sede del Comune nel 1804, in seguito alla soppressione degli ordini religiosi in epoca napoleonica. Della struttura originale restano conservati il porticato interno del chiostro, lo scalone, i corridoi superiori e il refettorio, trasformato in Sala del Consiglio. All’esterno il portico, in contenuto stile neobarocco, fu aperto nel 1925 (come recita la scritta sul fregio) e vi fu trasferito, sull’ingresso principale, il settecentesco portale scolpito in arenaria che prima ornava la facciata verso la chiesa. In corrispondenza di ogni colonna è posta una targa in  pietra recante il nome di tutte le frazioni del Comune di Medicina, mentre sulla parete sotto il portico, così come su quella del chiostro, sono collocate le memorie dei caduti di tutte le guerre, dei personaggi illustri di Medicina (la dedica ad Alfonso Rangoni – dentro il portone – è del Carducci) e il ricordo del passaggio da Medicina di Garibaldi. Sul lato est si può notare come il muro esterno del chiostro sia costituito da un tratto (tra i pochi conservati) delle antiche mura di cinta del castello e si vede ancora in alto verso mezzogiorno il Tempietto “rustico” chiamato “Monte Carmelo”, luogo di ritiro e di meditazione (ma anche “belvedere”) dei carmelitani. All’interno gli ambienti conservano diverse opere di interesse storico e artistico: mobili d’ufficio sei-settecenteschi, ritratti di uomini illustri e di benefattori ed alcune pregevoli pitture tra le quali sono da segnalare una crocifissione, copia sei-settecentesca da Guido Reni (nell’ufficio del sindaco) e, di particolare interesse nella Sala Consiliare, la grande tela di G.B. Gennari (1608) dove sono raffigurati, in alto, i santi patroni della Comunità e, in basso, l’imperatore Federico Barbarossa nell’atto di dettare i privilegi accordati al Comune di Medicina nel 1155, quando egli – con diploma – ne determino i confini.

Chiesa dell'Assunta
Progettata dal Torreggiani intorno al 1748, la chiesa fu costruita negli anni successivi per conto dell’antica ed estesa Confraternita dell’Assunta, come sede più qualificata, in sostituzione dell’antica e modesta chiesa osta di fianco al convento dei Carmelitani (attuale residenza municipale) ed oggi aperta come passaggio urbano, il cosiddetto “Voltone”. L’edificio è a pianta centrale, coronato da un armonico tiburio ottagonale con lanterna alla sommità ed ha affiancato uno svelto campanile. Il fronte della chiesa, a due ordini raccordati da larghe volute, presenta tre porte, un’ampia finestra e un timpano triangolare vivacizzato da croce e vasi fiammati. I volumi, serrati ma chiari, creano un gioco di composta dinamicità barocca. L’interno offre un largo respiro spaziale grazie alla vasta calotta semisferica della cupola poggiante su larghi piloni angolari, traforati da porte e coretti ingentiliti da stucchi del più puro “barocchetto” bolognese, proprio del migliore Torreggiani. I due altari laterali sono già improntati al gusto classico: quello di sinistra, del 1784, con sculture di L. Acquisti, è opera elegante dell’architetto medicinese Francesco Saverio Fabri, eseguita prima della definitiva partenza per il Portogallo. Decisamente neoclassico è l’altare di destra, così come l’aggiunta ottocentesca dell’abside, che ospita la nicchia del Crocifisso con angeli di Massimiliano Putti, e soprattutto le due statue dei profeti Davide (con la cetra) e Isaia (con la sega) realizzate da Bernardo Bernardi. E’ infine da segnalare l’immagine in cartapesta del crocifisso, ricordata come opera della seconda metà del Cinquecento, di classica e composta drammaticità, oggetto di grande venerazione da parte dei medicinesi dei secoli passati; ancora oggi però, il venerdì santo, l’immagine è portata in solenne processione.

Il Palazzo della Comunità
Residenza dell’Amministrazione Comunale di Medicina dal sec.XVI fino ai primi anni dell’Ottocento, sede della Partecipanza di Medicina (estintasi nel 1892). Passato in proprietà a privati, soltanto negli anni ’70 il palazzo, con tutto l’isolato, è stato acquisito dal Comune per farne un centro di strutture e attività culturali. Qui in antico erano accentrati tutti i principali servizi comunitari: uffici, archivio, scuola pubblica e Teatro. L’esterno dell’edificio è abbastanza sobrio nelle forme: unici elementi di distinzione sono il settecentesco sporto a “sguscio” con “unghiature” in corrispondenza dei finestrini ovali e la mossa ringhiera in ferro battuto sul portone, dalla quale, preceduti dal suono dei “Trombetti” si facevano gli annunci solenni o si presentavano al popolo i personaggi illustri in visita (ultimo vi si affacciò per salutare i medicinesi, nel 1857, Papa Pio IX). L’interno, ristrutturato alla fine del settecento, presenta un elegante scalone con stucchi e un altorilievo, Madonna con Bambino di L. Acquisti (1780). Le sale superiori, ora sede della Biblioteca comunale, sono anch’esse decorate con fini stucchi tardo-settecenteschi di Antonio Mughini e di ornati pittorici, nei soffitti, di Domenico Pancaldi, Giuseppe Barozzi e Vincenzo Martinelli (scene di caccia alle pareti del salone dello “Stemma”). Nella sala della “ringhiera”, decorata a metà Ottocento, un dipinto murale di carattere architettonico-prospettico, attribuibile ai Basoli, decora la “fuga” del camino.

Chiesa Arcipretale di San Mamante
Così come si presenta oggi, la costruzione è il risultato della completa ricostruzione dell’antica chiesa plebana tre-quattrocentesca, avvenuta tra il 1735 e il 1740 ad opera dell’architetto bolognese Giuseppe Antonio Ambrosi. All’esterno appare come una ampia struttura barocca a croce latina, preceduta da una vivace facciata, caratterizzata da volute a “Molla” laterali e timpano arrotondato, e culminante, all’incrocio dei bracci, con un tiburio ellittico a lanterna. La successione di contrafforti laterali e l’incastro di volumi addossati e degradanti verso la piazza offrono una pluralità di visuali di notevole suggestione architettonica ed urbanistica. L’interno, con 6 cappelle laterali nella navata e 2 nel transetto, è uno dei più interessanti esempi di architettura sacra bolognese della prima metà del Settecento. Il ricco gioco di colonne libere, nella parte centrale e nel presbiterio, e l’elegante decorazione a stucchi opera di A. Callegari, creano un ambiente di forte effetto spaziale e scenografico, diretto a fare convergere l’attenzione sulla centralità dell’altare. Le opere pittoriche e scultoree custodite presso le varie cappelle oltre a costituire un patrimonio d’arte di notevole rilevanza documentano attraverso i secoli fede, storia e susseguirsi delle vicende umane di una comunità. Tra esse la tela di epoca napoleonica con la Madonna di Guadalupe tra i santi Magno ed Emidio; l’intensa tela seicentesca con la morte di S. Giuseppe opera di Carlo Bononi proveniente dal Carmine; il quadro della Mignani Grilli raffigurante il patrono dei coltivatori S. Isidoro; il grande quadro della metà del ‘600 che rappresenta gli apostoli presso il sepolcro vuoto di Maria ed infine La Vergine Assunta in adorazione della Trinità, bella pittura forse del Sementi o del Gessi proveniente dalla Chiesa dell’Assunta.

Il Campanile
A lato della Chiesa di S. Mamante, in posizione notevolmente distanziata e visibile da ogni punto della piazza, si eleva per oltre 53 metri il maestoso campanile parrocchiale. Progettato dall’architetto Carlo Francesco Dotti nel 1752 venne edificato a stralci di lavori, molto staccati, dal 1755 al 1777. La base appoggia sulle fondamenta di un antico torrione cilindrico scoperte casualmente durante lo scavo. A differenza di quanto avviene per i campanili coevi, il Dotti in questa opera conferisce importanza architettonica di rilievo anche all’intero corpo e non soltanto alla cella campanaria. Il sapiente gioco di fasce orizzontali e riquadri verticali incassati del fusto, insolitamente aperto da una serie di cinque ampie finestre per lato, e la solida eleganza della parte alta, di un classico ordine ionico, costituiscono il valore espressivo di questa torre, che per lungo tempo rappresentò un esempio indiscusso nella progettazione architettonica ed urbanistica dei campanili di area bolognese e dintorni. Il concerto di quattro campane che il campanile sostiene è uno dei rari “doppi” settecenteschi rimasti in funzione. Fuso da Domenico Fantuzzi nel 1785 (la “grossa” venne rifusa del 1829 dal Rasori) è accordato nel grave e solenne “tono minore”.

Il Porticone
La costruzione, a 13 archi, voluta dal Comune alla fine del settecento fu eseguita su progetto di Angelo Venturoli e doveva costituire il primo intervento di una serie di costruzioni porticate che completassero fino al termine il tratto non ancora costruito della strada: un vero e proprio piano urbanistico, in cui era stato pensato (e già iniziato su progetto dell’architetto Francesco Saverio Fabri) anche il nuovo Ospedale; piano che non ebbe poi completamento né la prevista continuità, fino alla Chiesa dell’Osservanza, a causa dell’avvento dei francesi.

Chiesa della Salute
Inserita con raffinato garbo in continuità con gli edifici circostanti., la Chiesa di Santa Maria della salute, edificata dal 1728 su disegno di Ferdinando Bibiena , a cura della Confraternita omonima, sostituì l’antico oratorio di S. Antonio abate e l’Ospedale dei Pellegrini, istituzioni di origine medievale che dal Cinquecento erano gestite dall’Ospedale della Vita di Bologna.

Tratto da “Veder lo dolce piano” di L. Samoggia

La collezione Aldo Borgonzoni
Il legame che lega Aldo Borgonzoni a Medicina è, senza dubbio, ben più dell'esigenza di lasciare al paese natio qualche cosa di sé. E' una vera e propria affermazione delle sue radici, mai dimenticate, è la ricerca di se stesso nella sua gente, è il desiderio di comunicare con la sua terra e con una comunità di cui ha vissuto (da vicino o da lontano) storie e tragedie, tensioni e vittorie.
Per oltre mezzo secolo Aldo Borgonzoni ha raccontato con la sua arte gli eventi storico-sociali più rilevanti ed innovativi, quasi commentandoli con la passione, l'impegno civile, la febbre esistenziale che ha caratterizzato tutto il suo lavoro (nella foto a sinistra un particolare delle pitture murali presso la Camera del lavoro). La sua opera è stata definita, nel corso del tempo, espressionista, neocubista, realistica. Ma realistica è da sempre, anche se intrisa di interpretazioni ed irrequietezze personali: dal ciclo pittorico incentrato sulle lotte sociali, all'epoca dell'antifascismo e della resistenza, sulla vicenda quotidiana dei contadini, delle mondine, dei lavoratori tutti a quello del Concilio Vaticano II che, comunque, egli ha documentato, ponendosi come osservatore critico, volto a recepire ogni messaggio ed espressione, fino ai suoi ultimi percorsi astratti, cromatici, sperimentali. In ognuno di loro esiste un comune denominatore che, generato da una mente fervida e curiosa, spazia dalla ricerca incessante dell'estetica e dello stile alla trasgressione e al dubbio. Nato a Medicina il 12 giugno del 1913 vi rimase fino ai 17 anni. Egli stesso racconta di quel periodo. "(…) Mancandomi la possibilità di avere giocattoli, il sasso per me era diventato un gioco. (…) Io raccoglievo sassi e mia madre non capiva il significato di questa mania; ne riempivo degli scatoloni e a volte li portavo all'aperto, li bagnavo con acqua e così abbagliavano di luce e mi piacevano ancora di più (…). Da quando facevo la terza elementare mia madre, per tenermi impegnato, mi mise a fattorino da un falegname di Medicina, un certo Dall'Olio, ed io alla sera di nascosto mi portavo a casa dei barattolini di quella vernice che lui usava per verniciare le porte, le finestre, gli infissi. I sassi, immersi in queste vernici ed essiccati al sole, davano l'impressione di ceramiche, di manufatti (….)".
Nel 1930 si trasferisce a Bologna presso la famiglia Magno. Qui frequenta dapprima la bottega orafa di Andrea Stefani e, in seguito, l'Istituto Industrie Artistiche. Nel 1933 partecipa, per la prima volta, ad una Mostra pittorica a Palazzo Strozzi di Firenze, per poi recarsi a Monaco e Norimberga in viaggi di studio. E' il periodo delle conoscenze, delle amicizie con giovani artisti come lui e come lui destinati a crescere di fama: Guido Bugli, Norma Mascellani, Carlo Cuppini. Conosce Guttuso, Mignaco, Morlotti. Medicina lo riaccoglie nel periodo bellico, durante il quale dà vita a grandi capolavori come "Miserie della guerra" e "Tragedia di Marzabotto". Dal 1945 in poi inizia il periodo delle personali e delle collettive nazionali ed internazionali. La cerchia delle sue conoscenze, fonte di grande arricchimento culturale ed artistico, si espande a macchia d'olio comprendendo Mandelli, Rossi, Corsi. E nello studio di Guttuso, dove si trasferisce a cavallo del '49 e dove entra in contatto con il cubiscmo picassiano a cui molti artisti dell'epoca si sono votati, collabora con Cagli e De Chirico dirigendo contemporaneamente la Galleria Bernini di Piazza di Spagna. A questo punto ha già partecipato, fra l'altro, alla Quadriennale di Roma ed alla XXIV Biennale di Venezia.
La sua opera "Mondine" nel '49 vince il primo premio al "Suzzara" e segna l'inizio della sua partecipazione attiva alla lotta comunista. E' di questo periodo anche la realizzazione del dipinto murale ancora visibile presso l'ex Camera del Lavoro di Medicina e recentemente oggetto di un accurato restauro. Quaranta metri di pittura, dodici episodi legati alla storia medicinese contemporanea. Scene di disperazione, di violenza, di ritorsioni, di prigionia, di insurrezione, ma anche di ritorno alla vita, di lavoro, di ricostruzione, di trionfo della classe operaia sul capitalismo. Immediata, alla vista di quest'opera, è l'emozione che scaturisce dai colori vivissimi, quasi a testimonianza dell'intima connessione fra l'esplosione di una tensione emotiva e l'accensione cromatica.
Gli anni'60 vedono una determinante svolta tematica nel lavoro di Borgonzoni, anche se pur sempre in qualche modo legata all'uomo ed alle sue vicissitudini. Il Concilio Vaticano II ispira infatti il pittore ad una vasta serie di opere, espressione della sua grande aspirazione ecumenica di una chiesa solidale con il mondo dei poveri e degli emarginati. E' desiderio, è speranza che, da questo grande evento, nascano nuove alleanze create anche dalla transizione dalla Chiesa dei dogmi a quella dei dubbi, ma è anche critica nelle immagini storiche e grottesche di ecclesiastici avvolti in sontuosi ornamenti liturgici. Questo profondo interesse per i temi ecclesiali porta Borgonzoni a stringere rapporti di stima e di amicizia con Papa Paolo VI e con il Cardinale Lercaro che lo induce, altresì, a prendere parte a diverse mostre d'arte sacra (la Biennale organizzata dall'Antoniano di Bologna, la Biennale di Celano a cui partecipa in due occasioni, una delle quali lo vede aggiudicarsi il primo premio, la Biennale Nazionale di Pescara). La sua vita è, in questo momento, un viaggio continuo: da Parigi a Zagabria, da Praga a Bratislava agli Stati Uniti: ovunque espone con grande successo di pubblico e di critica e contemporaneamente, respira e rielabora culture, stili e immagini.
Negli anni '80 l'artista affronta un'altra straordinaria vicenda pittorica ed estetica. E' l'epoca Virgiliana. La riscoperta del grande mito mediterraneo lo stimola fino a far corrispondere, come ormai solito in ogni sua variante tematica, ad un'immagine epica la conoscenza delle più recenti esperienze sociali. Partecipa quindi nel 1981 alla mostra che si tiene al Palazzo Ducale di Mantova "Lo Spirito di Virgilio. Otto maestri per un grande poeta" accanto a Anton Ruggero Giorgi, Renzo Guttuso, Giacomo Manzù, Herny Moore, Ernesto Treccani e Tono Zancanaro. Le ultime opere di Borgonzoni riprendono parzialmente il suo primo principio ispiratore. Lo studio su "La Boje" lo porta a riconsiderare (se mai è stato accantonato) lo spirito e la cultura della sua regione, il rapporto dell'uomo con il lavoro, la sua fatica e, soprattutto, la sua dignità. Nel settembre 1986 la sua città natale, Medicina, gli dedica una ricca antologica che, oltre ad alcuni dei dipinti più significativi dell'artista, comprende le cento opere su carta in tecniche miste che lo stesso ha donato alla comunità d'origine. A questa prima donazione ne seguirà una seconda, nel 1991, di ulteriori 56 opere, tra dipinti e sculture, di cui fanno parte, e non a caso, creazioni di altri grandi artisti. Schifano, Grazzini, Rambelli, Bioli. Alcuni interpreti sono personalità artistiche emergenti tra cui Osti, Avanzolini e la medicinese Paola Fabbri splendida creatrice di immagini tormentate, acuta rivelatrice di stati d'animo contrastanti ed in perenne contesa, sempre viva e presente nel cuore di chi l'ha conosciuta. Tutte insieme queste splendide opere si offrono alla comunità di Medicina nella nuova sede museale. E' una testimonianza dell'impegno intrapreso per la tutela, l'arricchimento, la valorizzazione di un patrimonio inestimabile di ricerca estetica, ma anche di ricchezza interiore e sensibilità collettiva.

Ansaldo Poggi, liutaio
Ansaldo Poggi è oggi universalmente considerato uno dei maggiori liutai del nostro secolo e i suoi strumenti sono ricercati e suonati da grandi personalità solistiche e concertistiche del mondo.
E' nato a Villa Fontana di Medicina il 9 giugno 1893, in una modesta famiglia composta dal padre Ugo Poggi, fabbro carrozzaio, dalla madre Maria Ubaldini, insegnante elementare, e da tre fratelli di poco più grandi, a cui se ne sarebbero aggiunti presto altri quattro. Il padre era un appassionato di musica, un musicista dilettante e, da autodidatta, si cimentò anche nella costruzione di violini. Conseguita la licenza elementare Ansaldo si mise a lavorare nella bottega del padre, dove apprese, oltre alla manualità connessa al mestiere, anche la passione per la musica e gli strumenti. Il giovane Ansaldo fu poi mandato a scuola di violino dal maestro Testi di Budrio, che lo indirizzò successivamente dal maestro Andrea Zecchi di Bologna, con il quale si diplomò in violino presso l'Accademia Filarmonica nel 1920.
Il primo violino costruito da Poggi risale verosimilmente al 1911, tuttavia la sua formazione professionale inizia solo nel 1920, dopo essere entrato in contatto con il maestro Giuseppe Fiorini (1863-1934), che lo accolse a Zurigo nella sua bottega.
Poggi ricevette il primo premio ai Concorsi nazionali di liuteria di Roma degli anni 1925, 1927 e 1929 e divenne poi membro onorario della Commissione giudicatrice. Dagli anni '30, con l'avvio del suo primo laboratorio bolognese in via Saragozza al numero 160, Poggi ebbe un periodo di intensa e fortunata produzione rivolta soprattutto all'estero. Fu infatti solo dopo la seconda guerra mondiale, e precisamente verso la metà degli anni '50, che Poggi ottenne la meritata notorietà anche in Italia. Poggi continuò la sua attività lavorativa in via S. Vitale al numero 66, fino alla veneranda età di 91 anni.
L'intera produzione di Poggi conta poco più di 400 strumenti ed è costituita in gran prevalenza da violini e da alcune decine di viole e violoncelli. Della sua tecnica costruttiva così scrive il maestro Medardo Mascagni in alcuni appunti a lui dedicati: "La sua arte così classica nella concezione e nelle fatture presenta dei caratteri personali spiccatissimi, che fanno di un Poggi, oltre che uno strumento perfetto, un oggetto d'arte. Segue il modello Stradivari o quello Guarnierius o un modello suo proprio piccolo ed elegante: effe ben disegnate, voluta snella, lavorazione accuratissima. Le sue vernici vanno per gradi dal rosso profondo ed irruente della gioventù ad un giallo ambrato…". Gli strumenti realizzati dal maestro Poggi hanno generalmente un suono caratterizzato da molta potenza, prontezza, incisività e penetrazione.
Tra i committenti di Ansaldo Poggi vi sono i più illustri strumentisti e solisti italiani e stranieri. Dal carteggio lasciato dal maestro si ricostruisce il rapporto articolato, complesso e intenso di molti grandi interpreti del nostro secolo, che scrivevano chiedendo talvolta un incontro oppure un nuovo strumento, un intervento di assistenza liutaria o più semplicemente un consiglio. Tra i musicisti più noti che ebbero rapporti con Ansaldo Poggi si possono ricordare: David Oistrach, Yehudi Menhuin, Nathan Milstein, Amedeo Baldovino, Enrico Campaiola, Salvatore Accardo, Uto Ughi, Aaron Rosand, Mstislav Rostropovich, Norbert Brainin, Riccardo Brengola, Corrado Romano, Giuliano Carmignola, Dino Asciolla, Cristiano Rossi, Antonio Abusi, Angelo Stefanato e tanti altri.
I rapporti di Poggi con Medicina furono, fino alla fine degli anni '70, inesistenti. Il suo carattere schivo e l'avversione per "le cerimonie e il chiasso", il sentirsi, anziché medicinese, di Villa Fontana (molti suoi strumenti recano la firma "Ansaldo Poggi da Villa Fontana), l'avevano portato a rifiutare qualsiasi forma di avvicinamento alla sua terra d'origine. Fu solo con l'amico Medardo Mascagni, violista e solista di viola d'amore anch'egli medicinese, che, nel corso delle frequenti conversazioni presso il suo laboratorio sotto i portici di Bologna lo sollecitava a stabilire un rapporto con Medicina, che Poggi maturò l'intento di donare due pregiati violini e il proprio laboratorio. Ad un primo incontro con il Sindaco di Medicina ne seguirono altri e la donazione fu formalizzata la sera del 24 ottobre 1981 con la firma dell'atto notarile tra il Comune, rappresentato dal Sindaco Luigi Galvani e il maestro Poggi. Nel corso della pubblica manifestazione, svoltasi nella Sala Consiliare, vennero così donati i due violini: un Poggi costruito a Bologna nel 1933 e l'altro realizzato a Zurigo nel 1918 dal suo amato maestro Giuseppe Fiorini.
Si era così ristabilito un solido rapporto con la comunità medicinese che sarebbe durato fino alla sua morte, avvenuta all'età di 91 anni presso l'Ospedale di San Giovanni in Persiceto, il 4 settembre 1984, a seguito di una improvvisa malattia. Fino all'ultimo egli aveva lavorato, lucido nella mente e integro nelle sue capacità artistiche con ancora tanti progetti e impegni per il futuro, a ciò che era stata la ragione della sua vita: costruire strumenti di rara bellezza e dal suono ineguagliabile. Ansaldo Poggi ora riposa nel piccolo cimitero della sua Villa Fontana.
Nel luglio del 1985 il suo laboratorio fu trasferito a Medicina e il Museo-Laboratorio, a lui intitolato, inaugurato il 28 settembre 1986. Il laboratorio del maestro, riallestito con cura e fedeltà, è oggi parte del Museo Civico di Medicina, a testimonianza dell'esemplare attività artistica di un concittadino considerato uno dei più grandi liutai del nostro secolo.

Medicina e la scienza
Il Radiotelescopio "Croce del Nord".Il radiotelescopio Croce del Nord, con i suoi 30.000 mq di area geometrica, è una delle aree collettrici più grandi dell'emisfero nord. E' una grande antenna a forma di "T" in cui i due bracci orientabili, da circa 600 mt ciascuno di lunghezza, sono disposti in direzione est/ovest e nord/sud.
Le principali caratteristiche dello strumento si possono riassumere in una enorme sensibilità/facoltà di ricevere e rivelare segnali molto deboli), in un campo di puntamento compreso tra 0 e 90 gradi e tra -30 e 110 gradi per il solo ramo est/ovest e in una frequenza di operazione di 408 Mhz.
Il sistema nella sua globalità è costituito da ben 14 ricevitori (o canali) di cui 8 sul ramo nord/sud e 6 dislocati sul ramo est/ovest. Componendo questi 14 ricevitori in modo tale da usare lo strumento come interferometro si possono formare 96 correlatori con le cui "risposte" è possibile ricostruire il fascio globale di antenna. Il radiotelescopio è uno strumento di transito, si ha cioè la possibilità di osservare la sorgente interessata solo quando questa, per effetto della rotazione terrestre, transita sul meridiano del luogo.
I programmi di ricerca in corso comprendono la Sky-Survey (catalogazione su tutto il cielo delle radiosorgenti rivelabili con lo strumento) ed il programma Pulsar che è composto dal sottoprogramma Timing (studio del periodo di rotazione) e dal sottoprogramma Millisecond Sky Survey (ricerca sistematica su tutto il cielo di pulsar a periodo di rotazione dell'ordine di millisecondo).
L'antenna VLBI di Medicina, così come la sua gemella a Noto (Sircusa), è una paraboloide di 32 mt di diametro che consente osservazioni su un ampio spettro di frequenze (da poche centinaia di Hz fino a 22Ghz). Le frequenze più basse sono fortemente penalizzate da disturbi e interferenze di varia natura e origine (Tv private, ponti radio, radar militari, ecc…) nonostante la radioastronomia abbia, dal punto di vista legale, bande assegnate che, quindi, dovrebbero esserne prive. Rispetto alla Croce del Nord ha una sensibilità inferiore, vista la minore area collettrice, ma, per contro, può inseguire la sorgente radio dal suo sorgere al suo declinare.
Assieme ad altre paraboloidi dislocate in Europa e negli Stati Uniti fa parte della rete Very Strong Baseline Interferometri (VLBI). Con questa tecnica osservativa si ottengono risoluzioni d'immagine radio estremamente spinte, del tutto confrontabili alle osservazioni ottiche, in quanto tutto va come se, dal punto di vista del potere risolutore, si osservasse con una antenna di diametro pari alla distanza tra le antenne reali (baseline). Visto che distanze usuali sono dell'ordine delle migliaia di chilometri, ecco perché si riescono a ottenere risoluzioni a livello di milliarcosecondi pur osservando a frequenze centimetriche.
Oltre a indagini astrofisiche la tecnica VLBI consente accurati studi di carattere Geodinamico quali studi di deriva dei continenti, dell'asse terrestre e moto dei poli. Si tratta di valutare, per esempio nel primo caso, le distanze tra le antenne partecipanti alla osservazione di radiosorgenti e ripetere periodicamente l'esperimento. Se le antenne sono opportunamente dislocate, cioè alcune sulla crosta europea, altre su quella americana, altre ancora su quella africana, la determinazione delle fluttuazioni delle reciproche distanze consente la valutazione dei moti relativi tra i continenti. La precisione sulla valutazione delle distanze è notevolissima, circa 3 mm su distanze transatlantiche, cioè su diverse migliaia di chilometri, ed è destinata a migliorare ulteriormente nel prossimo futuro. L'italia, con le sue antenne di Medicina e Noto, partecipa validamente al progetto, data anche la sua posizione terrestre particolarmente strategica dovuta al fatto che le due stazioni sono collocate su zolle continentali diverse, l'europea e l'africana.
Accanto a osservazioni congiunte testè descritte, la parabola viene usata anche per osservazione ad antenna singola di particolari e interessanti molecole presenti nell'universo. Ciascuna molecola emette radiazioni a frequenze ben precise. Abbiamo quindi emissione a 22Ghz per la transizione della molecola d'acqua, a 23Ghz per l'ammoniaca, a 7 e 12Ghz per il metanolo, a 1,4Ghz per l'idrogeno. Ricevitori operanti a queste frequenze sono disponibili a Medicina e Noto ed essi, assieme ad un autocorrelatore oppure tramite uno spettrometro, consentono di produrre lo spettro di potenza di emissione (la riga di emissione) della molecola sotto osservazione.
La complessità di queste strutture e le prestazioni richieste necessitano, accanto all'evolversi dei programmi osservativi, di un continuo sviluppo tecnologico. Aumentare la sensibilità di ricezione, rendere flessibile e veloce il cambio di frequenze per ottimizzare i tempi d'uso dell'apparecchiatura, far lavorare le antenne a frequenze sempre più alte mantenendo favorevoli le prestazioni, predisporre sistemi osservativi e di acquisizione dati aperti alle svariate esigenze della comunità scientifica, sono tempi oggetto di ricerca avanzata che procedono costantemente e di pari passo con i progetti astronomici. Tra svariati sviluppi in essere nei laboratori dell'Istituto di Radioastronomia menzioniamo la progettazione e la costruzione di uno spettrometro ad alta risoluzione e basso costo da collegarsi ai radiotelescopi. Con esso si potrebbero effettuare osservazioni nell'ambito di programmi di spettroscopia molecolare, programmi di ricerca di righe di Maser con relativo studio della dispersione dovuta al mezzo interstellare e, soprattutto, collegare lo spettrometro in parallelo alle acquisizioni dati standard (per Sky Survey e Pulsar) con cui analizzare contemporaneamente i dati per osservazioni Seti. Questo darebbe, per tale programma, la possibilità di ottenere tempi osservativi lunghi, fino ad arrivare, in certe situazioni, al 100% del tempo globale, risolvendo quello che oggi risulta essere uno dei problemi più sentiti: l'assegnazione del tempo strumento. Per loro natura i radiotelescopi sono strumenti molto complessi e costosi per cui il loro impiego; all'interno delle osservazioni, viene programmato prestando molta attenzione alla ottimizzazione dell'uso. L'affrontare eventuali osservazioni Seti in questo modo, permette di ottenere una mole di dati enormemente superiore, ed in un certo senso gratuita, rispetto a quella ottenuta da altri radiotelescopi che effettuano le stesse osservazioni, ma con tempo osservativo dedicato. Come abbiamo visto le finalità scientifiche del progetto Seti sono sicuramente ambizione, ma lo stimolo di conoscenza che portano in sé promuove ed incoraggia uno sviluppo tecnologico di strumenti dalle prestazioni estremamente sofisticate, che aprono anche nuove possibilità di indagine.
La cooperazione internazionale su progetti della natura di Seti è necessaria e molto stimolante. Un nuovo impulso al progetto troverà noi pronti ed il nostro paese presente.Redazione dell'ing. S. Montebugnoli e dell'ing. A. Orfei del Radiotelescopio "Croce del Nord" di Medicina.

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